Creatività italiana, rigore scientifico e costante desiderio di sperimentazione sono le caratteristiche più evidenti del lavoro di Carmelo Zappulla, pluripremiato architetto siciliano, fondatore dello studio External Reference di Barcellona, che negli ultimi anni si è guadagnato la fama internazionale attraverso la realizzazione di molteplici progetti che spaziano dall’interior design, alla creazione di spazi artistici e sensoriali fino alla pianificazione urbana. È opera sua l’allestimento dei padiglioni spagnoli all’EXPO 2012 a Yeosu, in Corea e quello all’Expo 2020 di Dubai, a cui si aggiungono numerosi lavori commissionati da importanti imprese, musei e catene di retail in tutto il mondo, come il progetto Wow Concept di Madrid, store multipiano futurista, in pieno centro della città. 
No, assolutamente. Oggi ci penso e collego tutti i punti, ma quando ho preso la decisione di iscrivermi ad architettura non avevo le idee chiare. Da bambino il mio gioco preferito era costruire “capanne” con quello che avevo a disposizione. Ero bravo con le mani, molto creativo. Però, in casa, questa creatività non era vista come qualcosa di utile o significativo.
Quindi nessuno in famiglia faceva l’architetto?
No, nessuno. Né il geometra o il muratore. In famiglia molti erano musicisti, mio padre matematico. Anche a me piacevano la musica e le materie scientifiche, ero attratto da medicina e ingegneria. Poi, all’ultimo momento, ho scelto architettura, perché mi sembrava una facoltà più creativa.
Una scelta azzeccata?
Sì, assolutamente. Al secondo anno ho fatto un workshop con architetti internazionali, e con un ragazzo di ingegneria abbiamo vinto il premio per il miglior progetto. Questo mi ha portato a fare un tirocinio in Olanda, un’esperienza che mi ha segnato profondamente. Da quel momento ho capito che dovevo andarmene dall’Italia per crescere professionalmente.
Perché?
Perché vedevo che nel mondo si faceva un tipo di architettura che in Italia a quei tempi, parliamo di oltre 25 anni fa, non si faceva. Il nostro Paese è stato sempre molto conservatore, credo che da un lato la tradizione sia un pregio, dall’altro però è anche qualcosa che ti rallenta, perché diventa un’inerzia che non ti lascia avanzare.
Che cos’è per te l’architettura?
È quella disciplina che sta all’intersezione tra arte, scienza e umanismo. Ogni progetto deve portare innovazione ed arricchire l’esperienza di chi lo vive. È importante che gli spazi trascendano il tempo, che siano intuitivi ed abbiano un impatto emotivo e funzionale, che influenzino chi li usa.

Londra è splendida, per me una delle città più belle del mondo. Ma è cara e ha un clima pessimo: difficile pensare di viverci a lungo termine. A Barcellona c’era un dottorato interessante sui nuovi strumenti dell’architettura e mi sembrava più adatta, soprattutto per il clima e lo stile di vita. Appena arrivato ho cercato di imparare la lingua, in un mese ho trovato lavoro e ho cambiato spesso studio perché ero molto inquieto, mi stancavo subito e avevo voglia di fare cose mie.
E proprio per essere indipendente, nel 2007 con altri tre soci, apri External Reference.
Esatto. Le cose sono andate subito bene. Avevamo molti progetti importanti a Milano, Berlino, Londra, ma nel 2008 la crisi economica ha bloccato tutto. Eravamo completamente fermi e due dei soci hanno deciso di lasciare l’attività.
Come hai affrontato la situazione?
Invece di chiudere, ci siamo reinventati completamente. Sembra una frase fatta ma spesso nelle crisi ci possono essere delle opportunità. In quel periodo comincio a dirigere un master allo IED (Istituto Europeo di Design), una collaborazione che è durata molti anni. Tenevo anche workshop e conferenze un po’ in tutto il mondo. Da un lato mi sono concentrato sull’insegnamento e dall’altro ho iniziato a lavorare su progetti di design d’interni ed esperienziale che ha permesso di differenziare External Reference da molti altri studi.
Qual è l’elemento differenziale?
Ho creato un metodo di lavoro, legato all’innovazione, alla tecnologia, all’arte che accumuna tutti i nostri progetti, in piccola e grande scala. Questo non vuol dire che siamo né meglio né peggio di altri, ma siamo sicuramente molto versatili. Noi non siamo lo studio di architettura ultra-specializzato che fa un solo tipo di progetto. Non veniamo chiamati perché abbiamo fatto 200 ristoranti, ma perché chi ci cerca vuole un ristorante completamente diverso. Puntiamo molto su tutta la parte di innovazione, di fabbricazione digitale, di esperienza dell’utente finale.

Oggi siamo circa 35 persone tra collaboratori interni ed esterni, quasi tutti giovani. Molti sono miei ex studenti. Io credo molto nei giovani. Do loro molta responsabilità, perché penso che dagli errori si possa sempre imparare.
Quali sono i progetti di cui sei più orgoglioso?
Il Padiglione spagnolo all’Expo in Corea e quello di Dubai, per la loro importanza e complessità. Poi, c’è il progetto Wow di Madrid, che ha aperto molte strade nel mondo del retail. Un altro cliente prestigioso è Presented By e infine, il la realizzazione della scala sul lungomare accanto all’Hotel W, a Barcellona. Sono tutti progetti che rappresentano perfettamente lo studio.

Dipende dal contesto. In Asia e Spagna essere italiano è sinonimo di qualità. In altre parti del mondo, come il Medio Oriente, gli inglesi e gli americani hanno più reputazione.
Tu sei padre di una bimba di otto anni. Con tanti incarichi e viaggi come riesci a conciliare lavoro e famiglia?
La mia famiglia è una priorità e io voglio veder crescere mia figlia, perciò cerco sempre di trovare tempo per lei. Se sono a casa faccio colazione con lei, la sera le leggo le storie…
Qual è il tuo sogno professionale?
Continuare a fare architettura a livelli sempre più alti, concentrandomi sui progetti che mi appassionano di più, riprendendo anche l’urbanistica, che avevo un po’ trascurato. Perchè a volte il successo, non voglio sembrare immodesto, ma credo che siamo uno studio di successo, ti distrae e ti fa entrare in una voragione e non ti lascia il tempo di fare le cose che vorresti. Mi piacerebbe potermi dedicare completamente al progetto e lasciare da parte la burocrazia, cosa di cui ancora oggi devo spesso occuparmi.
Credi che resterai per sempre a Barcellona?
Sì, credo di sì. Barcellona è una città comoda, una città che ormai sento mia dopo più di vent’anni. Qui mi sento a casa. Abbiamo anche in mente di aprire una nuova sede altrove, ma per ora non voglio dire troppo per scaramanzia, e in ogni caso la mia base resterà sempre qui.
Che rapporto hai con l’Italia e con la tua terra natale, la Sicilia?
Io vivo una cosa strana, che credo sia abbastanza comune tra gli expat, quella di non sentirmi realmente di nessuna parte. Però, ho sempre il piacere di tornare in Italia e quando posso ci vado. Un terzo delle persone che lavorano con me qui in studio sono italiane. In Sicilia ci torno un paio di volte l’anno per le vacanze e mi sento quasi un turista, perché ormai il mio network di persone è qui a Barcellona.